Ebrea (performance) - Galleria Barozzi, Venezia (1971)

Ebrea 1971

Ebrea può essere un debito pagato oggi a un tempo oggi chiuso. Può darsi. Quando (1945) anch'io mi trovai di fronte al totale storico di un'operazione intellettuale fondata su un elaborato sistema di[...]

Ebrea può essere un debito pagato oggi a un tempo oggi chiuso. Può darsi. Quando (1945) anch'io mi trovai di fronte al totale storico di un'operazione intellettuale fondata su un elaborato sistema di "falsi". Comunque il Razzismo l' ho visto riproporsi in varianti che già avevano prodotto il male ad uno stato raramente così puro.
In Ebrea il razzismo ebraico (anti) sta per quello negro, come per ogni altra specie o sottospecie di razzismo.
La cui legge, in ultimo, può riassumersi in: "discriminare l'uomo a motivo di un disvalore. O, ugualmente, di un valore". In cui discriminare é il contrario di un giudizio. E' la condanna per segni non individui, ma infinitamente traslati, però "obiettivi", esterni e collettivi, operata sull'uomo.
In Europa, dal '30 al '40, il razzismo ha matrice scientifica: afferma che esistano razze, e alcune superiori. Due nozioni che ho riconosciuto false, sebbene la prima sia ancora volgarmente propria.
Non tutto si é pianto o goduto come si doveva. In Ebrea é il primo caso. La sostanza di quella realtà ho avuto pochi momenti per scrutarla a fondo. Subito, una malattia mi chiuse gli occhi, sequestrandomi l'intero dopoguerra. Resta da qualche parte un lamento non consumato.
Io non sono ebreo, né figlio di ebrei. Ho desiderato, anche, di esserlo. Mi sento ebreo ogni volta che posso e patisco ingiusta discriminazione, e patisco discriminazione. Fare un'operazione sul tema é completare il lamento per un utile noto all'attività poetica e, forse, alla salute psicologica. Nessuno può impedirmi di curarmi come credo.
In Ebrea l'operazione é fredda. E indelicatamente culturale.
Ricompio con pazienza, con le mie mani, l'esperienza del turpe. Ne esploro le possibilità mentali. Estendendone l'atto, invento nuovi oggetti fatti di nuovi uomini. Intralcio di sfuggita la sicurezza laica del "design" contemporaneo così fiducioso nel "progresso". Può anche darsi.
Mi comporto come se quella realtà (la storica) non avesse avuto i suoi finali di condanna, ma ancora sommasse dati fino ad oggi. Altrove, é lecito sospettare, in modi diversi, l'operazione mi pare prosegua.
Ho scelto un periodo circostanziato per un motivo congiunto: di fiducia pratica nell'assenza del tempo. Dò talune risposte a contenuti culturali dell'epoca (al secolo) in cui sono vivo, nozione più sociologica che altro, all'interno di un tempo autobiografico che ha, in me, una realtà psicologica non inconsistente.
Se c'é una predica in questa dilatazione astorica, non so. Ci si deve chiedere opportunamente cosa non c'é in un'operazione espressiva.
Ebrea nasconde, però credo riveli subito, un accentuato lavoro sul linguaggio personale. Il nascondimento dell'operazione demoniaca cancella il "narciso", conferendogli impassibilità e buio. L'io affoga nel ruolo auto-didattico. L'immagine individuale scompare qualche attimo per sempre, e attende di attestare altri momenti più certi di vita, solo se fatta a "pezzi", con una congiunzione non casuale con la materia della scelta.
                                                            
 
*Testo originale della prima mostra nel 1971, alla Galleria La Salita, Roma                                                                           
 

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