Inside Out - Museo Pecci, Prato (1993)

a cura di Ida Panicelli 

Che cosa è la filosofia. Heidegger e la questione tedesca. Concerto da tavolo 1989

Ho deciso di porre in atto questa scena per non perdere la mano. Sono miei temi e atti di anni che vanno dal 1970 al 1980. “Che cosa è la filosofia. Heidegger e la questione tedesca. Concerto[...]

Ho deciso di porre in atto questa scena per non perdere la mano.

Sono miei temi e atti di anni che vanno dal 1970 al 1980.
“Che cosa è la filosofia. Heidegger e la questione tedesca. Concerto da tavolo” è allestito, una volta di più, con il sistema del “Museo delle cere” intrecciato a quello degli “Esercizi spirituali”.
Ridare vita a figure immobili di modo che l’attualità riprenda il suo segreto (o tema intero), e restituisca con esattezza gli ‘inspiegabili’.
In arte, come si sa (forse non si sa diffusamente), l’enigma è doppio, quello dell’arte racchiude in sé quello del mondo, però lo rende formalmente praticabile.
Qui si ricompongono gli elementi che formano un vecchio interrogativo:
Che cosa è la Germania? E l’Europa? Che significa essere Europa? Non è stata Europa la Germania del ’30 e del ’40?
Io credo che lo sia stata. Credo che la natura (la cultura della natura) della Germania riguardi strettamente l’identità europea.
Il concerto di significati si muove sul tavolo, poco più in là del cibo.
Che cosa si sperimenta?
Da che parte si situa il giudizio?
Nei giudizi stessi che vi si intravedono? L’insieme del rito, in conclusione armonico, di una forma simile d’arte, impasta e confonde le differenze?
Vi prego di farmi sapere.
Io per me so che i problemi irrisolti possiedono l’invisibile prerogativa di restare intatti.
‘Ma, ci si chiede, spetta all’arte di risolvere i problemi del mondo?’
Ritengo che l’arte non abbia contenuti propri. E nemmeno l’arte sia contenuto dell’arte, sebbene conosca il successo della tesi opposta.
L’arte, se è qualcosa di teoricamente definibile, si può dire con probità che è il luogo della forma definitiva del discorso, luogo apparentemente converso – in una metafora geometrica, concavo – il punto di accoglimento di temi all’interno di una potenza mimica (dico mimica, non mimetica) decisiva, capace di restituirseli per intero, di nuovo, e in primo piano.
E di venirne a capo.
Qui c’entra l’autore, certo. Ma è come se non v’entrasse del tutto, esclusivamente lui.
Le forme fanno giustizia da sole del tema e di se stesse, comunicando un’esperienza poco duplicabile. Accostamenti impropri che rendono partecipi del loro incognito senso accostamenti altrove propri.
Sto dicendo che la poesia dice il ‘vero’?
Credo di sì. Però con cautela: la poesia ha sempre bisogno di un mondo. In questo caso, questo mondo.
L’arte può dire e ascoltare cose che non possono essere dette e ascoltate altrove. Non impunemente.
Ripeto: fatemi ‘sapere’.
Non dico ‘dire’, poiché l’autorizzazione a farlo devo darmela da me.
Ci sono altre cose che ometto: la prima è che ancor più che ‘dire’, voglio ‘vedere’ le cose che mostro. Non è una novità per chi segue la sperimentazione.
La seconda è che io non intendo fare ‘arte’. Non ho questa intenzione. Non l’ho più.
Intendo, se mostro cose simili, capire le relazioni e le reazioni e ricavarne ontologica emozione. Sono anni che siedo a pranzo con le immagini sul tavolo. Anni che metto gli allievi in piedi sui banchi. Tocco con mano le immagini di cui mi sono nutrito. In più ve ne sono altre venute in coda, per conto loro.
‘Ma noi che c’entriamo?’, mi direte voi.
Questo non lo so. Se non fosse che il pubblico è un’immagine dello stesso tipo, già presente, assai prima di sedere qui, e altrettanto significativa ed enigmatica.
Il pubblico, cioè, mi sembra frutto di un’espressione.
Ma che voglio dimostrare con precisione in questo “concerto da tavolo”: che la differenza tra il Male e il Bene parla la stessa lingua?
Certo, sì.
‘Si sapeva’, dirà qualcuno.
Ecco, volevo conoscere le stesse cose che voi già sapete.
Fatemene sapere altre, vi prego.
E perché?
Perché il mio sistema di lungimiranza non è idoneo.
Voglio sceglierne uno diverso, più comune e universale, adatto ai tempi e a me stesso. L’ovvio e il buon senso mi risultano più misteriosi della profondità e dell’enigma.
Devo essermi perso. E dev’essere anche tardi per tornare indietro.
Il resto, l’accostamento o il pareggiamento dei linguaggi, puramente segnici e fonetici, è linguistica: fa parte della sperimentazione concettuale. Di lì vengo. È frutto, semmai, di cattivi studi.
 
 
 
*Questo testo, letto dall' autore al termine dell’azione, fa parte dell' azione stessa, 1989.
 

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