Oscuramento - Galleria Cannaviello/ Museo delle Cere/ Studio Catalano, Roma (1975)

con Miklós Janksò 

Oscuramento 1975

Questa azione con persone note, che non svolgono un ruolo di altri, non sono quindi attori, ma se stessi, nel luogo in cui l’azione li colloca, che, vedi questo caso, non siano tenuti da altro che dalla[...]

Questa azione con persone note, che non svolgono un ruolo di altri, non sono quindi attori, ma se stessi, nel luogo in cui l’azione li colloca, che, vedi questo caso, non siano tenuti da altro che dalla volontà di partecipare, bisogna prevedere che possano fino all’ultimo essere cambiati.
   Nel 1972, un’azione simile a questa non riuscì ad accadere. “Prima del ’73, ritratto somigliante” fu rinunciata per l’impossibilità di convocare due volte cinque persone note, in 48 ore. Lo schema era troppo poco flessibile.
   L’azione deve avere la possibilità di essere condotta anche da attori, non in ordine alla loro bravura, che qui non è di interpretazione, ma in ordine a ragioni di impegno certo. Dovranno possedere un quoziente di prossimità con le persone scelte prima.
   In “Oscuramento”, a differenza che in altre azioni trasferite, cioè non eseguite da chi le pensa, sono necessari dei colloqui che non insegnano altro fuori dalle tre regole fondamentali:
1 - essere se stessi nel luogo in cui l’azione colloca;
2 - cessare il rapporto sociale (cioè obbligarsi ad essere solo in funzione dell’azione); 3 - comunicare con l’autore, o, in sua presenza, con un sostituto, manifestando le proprie necessità: sete, caldo, freddo, malessere.
   L’azione così trasferita intuisce in sé e nella critica una deficienza di riflessione circa il proprio ambito di identità.
   Avverte l’area della galleria come naturale. Stima a fondo il comportamento di quel pubblico, di galleria. A proprio rischio cerca di ridurre tale qualsiasi tipo di intervento anche fuori del luogo fisico della galleria.
   Il luogo, cioè la connotazione storica di un’area, è più determinante, per un’azione simile, dello spazio, che è un’idea che tende abitualmente a proporsi in senso astratto, o plastico, o metafisico.
   “Oscuramento” ha stretto contatto con il luogo, nessuno con lo spazio.
    Un’azione come questa può essere definita intellettuale. Per la sua intenzione e significato. Se nel ‘concettuale’ si ha un’idea dell’arte e della storia dell’arte come materia e fine, un’arte intellettuale come questa ha un’idea dell’uomo e della storia come fine e materia. La tautologia, nel procedimento intellettuale, non soddisfa la necessità logica. Anzi, al termine di una operazione interrogativa, acuta nel dettaglio, inalbera una incognita relativa a l’uomo e alla storia. E se ne angoscia, ragionevolmente.
   Su cosa sia l’arte, in una operazione intellettuale, viene data risposta nell’ampliamento enigmatico di categorie formali. Cioè non viene data ‘una delle risposte’. Si sottopone una realizzazione strutturalmente interrogativa, oggetto concreto di speculazione progressiva.
   Al termine arte l’azione preferisce sempre il termine espressione.
   L’azione così complessa nutre una tendenza a non identificarsi in nessun luogo noto. Sebbene trovi ovvia parentela con l’arte figurativa ma la infastidisca la probabile ‘cognatio’ con il teatro.
   L’azione ha idea di sé. Non è ansiosa di tornare all’arte figurativa, perché sa che non se ne è mai allontanata.
   L’azione tende alla previsione, che per certi aspetti di culmine può diventare profezia. Sa che il teatro tende a dare giudizio sul già vissuto. Un teatro profetico è irrisorio. L’azione, come il cinema, ha la possibilità di dare un giudizio su ciò che tra poco si vive. L’azione introduce il presente.
   L’azione è temibile.
   Questi punti pratici sono elencati per chi vuole comporre azioni.
 
 
 
 
 
 
 
*“Art Dimension Art”, n. 2, aprile-giugno 1975
     
 

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