Ricostruzione della memoria a percezione spenta - Villa Pignatelli, Università di Napoli (1988)

Conferenza con Performance -  in “Percezione e memoria” 

Ricostruzione della memoria a percezione spenta 1988

Da anni mi accorgo, dopo essermi meravigliato, del cinema. L’insieme del fenomeno come un rito efficace (in sé, e nelle sue componenti) incisivamente espressivo del rapporto tra mente e mondo.   [...]

Da anni mi accorgo, dopo essermi meravigliato, del cinema. L’insieme del fenomeno come un rito efficace (in sé, e nelle sue componenti) incisivamente espressivo del rapporto tra mente e mondo. 
   La macchina da ripresa, il proiettore, lo schermo. La pellicola che scorre di fronte a una luce, l’obiettivo, i ‘fuochi’, e prima ancora i procedimenti di impressione del 
fotogramma: scatto di luce, negativo, stampa, montaggio, etc. 
   Si intuisce subito l’analogia che tali procedimenti costruiscono, fin troppo agevole e disposta all’uso. Un tentativo da scartare subito. Se l’affermazione non intendesse non essere del tutto analogica. Cito dalle righe di un testo con cui nel ’78 tentai di illustrare il fine teorico di una mia performance fondata sul cinema.
   Scrivevo: “Nell’impatto tra immagine corpuscolare e bersaglio, il proiettore (che “vede”, però “impone” forme proprie di intelligenza) rappresenta visibilmente su corpi e oggetti, (che lo “interpretano”, plasticizzandolo), il segnale. Gli conferiscono nuovo uso di simbolo e nuova metafora”. Infatti “…ne conseguono eventi di contenuto diverso e successivo, (quello formale, ad esempio, dell’azione cui si assiste). Comprendere sperimentalmente il meccanismo del “trasporto, modifica, e nascita” del segno intellettuale, disteso come è sullo stesso vettore di un’azione fisica, (quella della luce) non più metaforica, è la funzione metaforicamente attiva di azioni (come queste)”. Esse consistono: “nell’ambito dell’arte, in un punto solo: lo stesso in cui avviene lo “scontro”, la “contrazione” e la “riedificazione” di senso…Il loro cambiamento di stato, ‘fisico’, formalmente temporale, (è) già storico, buon conduttore di giudizio: è la nascita al senso della ‘realtà’ e del ‘mondo’, costituenti, in arte, (una) finita e reale trascendenza, che è la sua oggettività”. 
Nel ’78 tentai di esemplare materialmente, attraverso una performance fondata sul cinema, la complessa parabola del pensiero. Una serie di proiettori dirige i suoi films su una pari serie di schermi. Oggetti-schermo: un corpo nudo di negra, una conca di latte, un ventilatore in moto, una bilancia etc. Schermi anomali dunque. Altrettanti veri oggetti del mondo. Si assiste alla dimostrazione fisica della nascita del significato. Il mondo è assunto come oggetto, o schermo proiettivo dotato, cioè deformante. Non è un semplice, o complesso, disegno dell’io; la proiezione subisce un attrito. Quanta fatica fa l’io per dissimulare di essere in due, tutto da solo! La scissione in oggetto che l’io compie, quale meccanica elementare di formazione del senso, subisce trasformazione d’arrivo, nell’ordine del significato, come fosse nell’ordine fisico delle cose. Il linguaggio è un sasso? Lo è il suo pensiero? Ma dove si trova: è la sua facoltà d’esserlo e basta? Nell’ordine della percezione sembra trovarsi a ridosso dell’autofedeltà proposizionale del senso. Nei suoi segmenti di trama.
   È un contenuto. Senza contenuto, direi in altro modo, non c’è “vista”, né “udito”, non ha storia la percezione, o è, come lo spasmo di una lucertola tagliata, un in sé così meccanico ed effettuale, senza io, da svuotare il concetto stesso di percezione.
   Ma il tema dell’identità in ogni scienza è il problema del primo istante: cosa è la memoria prima di ricordare? O la percezione prima di percepire?
   Ciò che ho detto, è un tipico “precipitato di pensiero” in cui la densità dei concetti si contrae, si sfiora in nuove combinazioni, creando un’emulsione poco afferrabile e decostruita. È il procedimento proiettivo di cui parlo operato sui termini stessi del discorso. È forse irritante, ma utile.
   Cercherò di farmi strada nel rifiuto quasi obbligatorio dell’uditore con qualche maggiore chiarezza o qualche più decisa oscurità. Di modo che la correttezza del senso, una sua organicità, cui la mente tiene, (ed è curioso), consenta di aderire al mio testo o di disdirlo agevolmente a favore del proprio. Ognuno, in sala, ha il suo film girato in capo. Una trama giudiziosa di universo. 
   “La mente, dunque, come ‘proiettore’, “vede, però impone forme proprie di intelligenza”, dico. Di quali forme si tratta? Nel mio scritto la percezione vi è vista come facoltà o disposizione a formalizzare qualsiasi atto di sensibilità. Da me, la percezione è avvertita come facoltà o disposizione a formalizzare qualsiasi atto di sensibilità. Una invincibile predisposizione al senso, proprio come significato. Di che cosa? Di universo, s’intende: io nel mondo e o mondo del e nell’io. Di “cultura dell’io nel mondo”, per l’esattezza. Un sedimento cognitivo di memoria, a ogni passo che imprimo in un tragitto, impone l’intero percorso ad un soggetto. L’ipotesi sottolinea un operare incredibilmente protagonista di un punto intorno, sopra o dentro la percezione che locale, vagabonda, cerca e non sa, come sa la memoria, per sua natura, organizzarsi in fretta. Ipotizza la memoria come centro cruciale di un sistema. Parlo d’arte, si intende. In una ipotetica provenienza dal Caos o dal Vuoto, la memoria si esibisce come facoltà suprema di Consistenza e Composizione del Senso. O sopravaluto qualcosa? Affido alla memoria ciò che è di altri? Ma dove troverò coscienza o conoscenza senza il deposito di memoria? Essa prende atto, storicizza, crea successioni, una cultura di sé, sincretizza modalità, comportamenti, il proprio innanzitutto, proietta, quasi precede, direi, cioè predice l’evento. Non è solo specchio, ma quadro. Ha una trama. La attua con una caratterista, che la distingue nitidamente dalle forme, se mai siano isolabili, della percezione: si conserva per un uso ulteriore. Là dove la percezione, di un dolore o di gioia, restaura, appena può, l’insipienza. Tende a ripercepire da zero. Altrimenti il grido del disagio universale costituirebbe l’unico suono percepibile dall’inizio del mondo ad oggi. Il famoso OM che sembra udirsi come nota di fondo verrebbe sperimentalmente sovrastato da un agghiacciante ghigno: la memoria iniziale di essere nati privi di motivo coprirebbe persino l’altrettanto famosissimo BIG BANG, almeno per la sua banalità metaforica.
   Le componenti della mente possiedono l’inesausta facoltà di divenire soggetti, dotati e autonomi. Come fossero più che dell’io, dall’io, scaglie d’io. La memoria è formidabile in tale attitudine. A meno che tale soggettivazione non sia a carico di un perverso concetto dell’IO come SOGGETTO MAGGIORE, che vive ogni percezione di universo come scienza del sé. Soggettivizzare i punti della mente serve a ristabilire una distanza, di cui ognuno fa esperimento, al di fuori dell’impero dell’io come soggetto unico. Può darsi che la terra e il suo uomo non siano più, come è noto, centri. Ma, osservando la condotta autopresuntiva della cognizione, nessuno ha ancora dimostrato che non ne siano l’epicentro. La memoria, o chi per lei, pensa di esserlo. Ricorda non solo per il suo uomo, ma per conto suo. Persino dall’inconscio, probabile griglia di scarto, vuoto “night”, dove, sola, riproietta in lingua originale i suoi films, a trama scoperta, totalmente simbolica, cioè didascalizzata di soli significati, come chi, non visto, solitario assassino, colpisca nel segno, nei segni, e non nasconda più la mano. La memoria, si scopre, è attiva. Opera incessantemente in una circoscrizione di senso. Di scienza, volevo dire. In versione umanistica, è la cultura di tutto: del corpo e della mente.
   In un congresso come questo, sede universitaria di psicologia, è necessario, lo avverto, non fingersi tecnici. Se mai avessi peccato, mi scosto ufficialmente dal tentativo di mostrarmi colpevole di teorie o di metodi specifici. Ho aperto qualche testo. Confesso volentieri di essermi stupito per l’intelligenza, la pazienza sperimentale, la sagacia interpretativa di un lavoro: non ho fatto in tempo a inoltrarmi troppo. Una giungla di dati fitti mi ha sbarrato il passo: non ho ancora l’uomo, ma una serie funebre di ragni, parecchi topi un po’ elettricizzati, e un formidabile Octopus. Non ho incontrato ancora uomo. Io sono qui come topo, o, al meglio, come Octopus. Voglio dire che non avrei accettato di sedere qui, se, da giovane, non fossi stato un grande malato. E, in secondo luogo, se non convivessi con un pazzo a studio, (uso il termine un po’ medievale per far intendere di cosa parlo) e se non frequentassi, per le mie attività, una società di intellettuali. Di “persone, cioè, che si credono nevrotici”, come dice con humour l’amico professor Modigliani, “e non lo sono affatto, perché sono psicotici”. Questa, in qualche modo, è la conferenza di un paziente pentito. Ho scelto di esporre non poco ma bene, bensì il delirio di un guarito. Che ha cercato di essere o Man Ray o se stesso, senza credere senz’altro di essere né l’uno né l’altro.
   Torno al tema. Cosa infligge la vocazione del senso alla mente? Quale invisibile neutrino? O più invisibile geometria sommersa dell’oggettività? Quale “esterno” è dentro l’enigma dell’uomo? O è l’enigmatico ma palese intreccio del loro composto? O è solo un fotogramma ravvicinato del Caos? Dio, così poco scientifico come si dice, non lo cito neppure.
   Certo è che in quella visualizzazione del senso e del significato che sta a mezz’aria senz’alcuna misura certa tra la microscopia infinita, oltre che abissale, del corpo atomico dell’io, e la macroscopia supereuclidea del Cosmo, in quel planetario inubicato della mente o, più plasticamente, del cervello, cosa induce all’organizzazione, fino alla concezione di forme, della forma, chè tale è il “senso”, di dati apponibili all’io medesimo o al mondo degli oggetti, fermi o in moto, ripetutamente apparenti, o, al di là della tarata percezione dell’uomo, che cosa organizza con così nota e meticolosa fisiognomicità lo spazio incerto ma ingombro del pensiero? Cosa mai? L’intrinseca geometria della causalità? La meticolosa libertà della casualità? La stanchezza del Caos? O che tipo gratuito e insolente d’ordine? Rispondere, mi dice la psicologa, è come voler scrutare la nuca di un’immagine frontale di uno specchio. Lo credo anch’io, se non fossi stato matto. Certo è che l’uomo che io sono, cellula del BIG BANG per natura e moderno per l’anagrafe, non ha percezione né memoria solo dell’apparente o del pensato, dell’immaginato. Opera incessantemente, fino a sentirsi solo ed escluso dal buon senso scientifico degli astanti d’epoca, in mezzo ad una percezione e memoria dell’invisibilità materiale del mondo. Come andare a cena, se mai vedrò faccia a faccia l’atomo che sono? Né sfiorerò consapevole il guscio esterno-interno di Moebius. Io odio Escher, che rende plausibile l’impossibilità e della mente e del mondo. Desidero un universo meno provinciale in cui sia lasciata intatta la nobile facoltà astrattiva della mente. La sua impossibilità è più efficace e reale. Già sono così preoccupato che nella matematica, che amo, non si sia mai introdotto il dolore.
   La conoscenza è una definizione. Un sistema di conoscenza si istruisce come un congegno di definizioni. Di cui l’autodefinizione ne autorizza, quale fondamento di liceità procedurale, lo statuto. Memoria a breve, memoria a lungo termine. L’analisi divide il fenomeno nei suoi stadi. Succede in ogni disciplina di tipo scientifico. In basso, a destra, però si nota un orifizio detto il “piloro”. L’arte, come il sacro delirio dell’io che ogni giorno commercia con l’invisibile, con vergogna anarchica nutre il sospetto che quel pallore umido e strinato non sia il piloro, né coincida con il suo nome. Tutta la conoscenza, in questo caso, è un soprannome. Rivedere al di là di ogni definizione, che in qualche modo è testuale, contestuale, di una cultura del tempo, l’universo, come se visto dal vero, o di nuovo, per una seconda (terza, quarta…), “prima volta”, è l’istinto della poesia. O, per lo meno, la sua invereconda attitudine.
   Nel mio studio, a Roma ho un assistente pazzo. Per anni il giovane, oggi uomo, ha fatto uso dell’ “insalata di parole”. Sia con me che con altri. Fino al giorno che, stufi o frustrati, non decidemmo di replicare con lo stesso tono. Sebbene privi del suo talento redazionale, assai fantasioso, (si tratta di un artista naif incolto ma capace) in due anni lo abbiamo visto normalizzarsi. Vistosi invaso nel suo campo di superiorità, ha ritenuto strategico accogliere di nuovo le vecchie regole del giuoco linguistico: ci parla, si parla, si fa intendere, anche senza interlocutore. Sta molto meglio o almeno stiamo molto meglio noi. La sua arte: lupi o passaggi a livello al tramonto, non ne ha risentito. Dico questo perché in realtà l’arte concettualmente è un sistema carico di risorse di pensiero ma affrancate da ogni vera regola, ogni grammatica, ogni sintassi, ogni logica definitive. L’intuizione vi giuoca a tutto campo. Ma più ancora opera la libertà associativa fino a riuscire a far stare insieme ogni contraddizione formale. Che la poesia possieda tale capacità di collegare i luoghi distanti, è un dato assai noto in estetica. E lo fa con naturalezza che l’avvicina alla trama non trama del vecchio sogno, e di non pochi deliri. Ma è un delirio con il compasso. Checché se ne dica inconscio e irrazionalità, nella partita dell’arte, vengono battuti dalla mira formale dell’artista. È la prognosi fausta della bellezza. L’arte, sto dicendo, ha la regola, (e le risulta efficace) di fondarne rigidamente ogni volta una. È un momento eccessivo di volgare salute, anche se, aggiungo, non garantisce da successivi disfacimenti il corpo, né la mente. 
   Delirio liberante? Sì, se approda alla forma, alla compiutezza di un’arte. No, anzi inquinante, devastatore, in tutti gli altri casi. Un delirio di bruttezza è stricnina. Queste osservazioni le ricavo da campi dell’attività della mente fastosi, e abbastanza accreditati, come quelli dell’arte e dei suoi risultati. Li confronto subito con il tracciato di mondi di altri io o non io, quelli di malato. Li conosco entrambi.
   Sono molto accreditato a parlarne. Ho lasciato a Roma i nastrini delle battaglie sul campo, la croce di guerra: trentatré elettrochoc. Degenza multipla e triennale, rapsodica s’intende, in sette manicomi provinciali non riformati (parlo degli anni ’50-’53). Un anno di silenzio. Ebbene questa disciplina della patologia la ricordo (benedetta memoria!) a volte al netto a volte corredata dalle sue percezioni. Un inferno di cui, non tanto misteriosamente credo, vado fiero. Tali problemi e temi di cui ho detto, il malato li incarna; senza mani, senza braccia, senza gambe, occhi né bocca, né più lingua. L’infelice accosta direttamente temi in fondo semplici e generali come vicini e quotidiani: il perché dell’esserci, e dell’esserci in questo tipico e immotivato modo, l’ubicazione della morte, onnipresente, il male, gli altri, l’assenza di fine, la lentezza del senso, l’opacità dell’esistenza diffidata come barriera alle ragioni lucide dell’essere. L’io paziente batte contro le pareti lisce del contenitore, mai riposa sul morbido, crepitante, monco ma lieto contenuto della vita. O lo sospetta infingardo. La serietà di un malato non ha stupidità. Non quelle che nella politica, in un’ambizione, in un puntiglio emergono di continuo. Sembra etica, perché in qualche modo è sostanziale. Il malato, anche sciocco, come un contatore Geyger, misura ogni serietà del mondo.
   Io sono grato all’elettrochoc. Non so se al male, o all’elettrochoc che me ne ha liberato. Sebbene la sua pratica da svegli sia emotivamente identica alla sedia elettrica, ha avuto, per me, il mirabile potere di spezzare il cortocircuito di un tema chiuso, solo razionale.
   Il risveglio senza memoria è in realtà fittizio. La condotta etologica è rispettata: non si dubita, al risveglio, di essere un uomo. Niente Kafka. Si smarrisce il nome, che una suora cappellona ti restituisce con il caffè e latte, si perde notizia del luogo, si sta opacamente con se stessi come con un enigma modesto: chi sarò mai, visto che sono io; che ci faccio qui, e che qui è questo; chi comparirà per primo da quella porta in fondo al letto… ma non si dubita della porta, non si smarrisce il linguaggio, né si è indifferenti al proprio mal di testa né a dolori qua e là nelle giunture, come si fosse lottato a lungo. Lo statuto uomo è intatto, reimmerso nel peso specifico delle cose. Un individuo messo ad asciugare. Il flusso del crudele assoluto attualmente reciso nei suoi violenti condotti. Si è giustiziati in velocità, quella elettrica. Futile lo stare all’erta della coscienza allarmata del corpo. Decapitati si scompare. Ma si è restituiti subito o quasi, credo, a un al di là uguale, inerte, senza capo né coda, ma usuale, stabile nella consistenza dei suoi materiali (muro, spigolo, aria…) in qualche modo istituzionale, remoto dal senso e dalle emozioni. La trama è sottratta. L’attesa sfilata via dal corpo come una lisca. Compressa, comunale, statale, una sorta di solida noia discopre a malapena l’esistenza.
   Io ringrazio l’elettrochoc. Devo ammettere che la violenza di un male della mente è tale che solo una misura grandissima o di violenza o di esperienza può rischiare di guarirla. Questa almeno è l’ingiusta sensibilità di un malato che preferisce, a propria salvaguardia, l’infermiere inflessibile a quello pietoso. Come se gli io fossero almeno due, e il più aggressivo, lucido e criminale, strangolasse l’altro, cui resta solo il compito di subire. Chiunque aiuta a batterlo è ben visto. Avverto la non modernità, né la democraticità di queste memorie di malato troppo guarito. Una sorta di pentito del male mentale. In qualche modo è così. “Chi sa quanti anni ti daranno” mi diceva un caro amico junghiano, “se ti riprendono”. Forse, in questa circostanza, ho cercato di capire perché, tornato in vita, ho fatto quello che ho fatto: l’arte e l’artista. Che sia attività salutare, si è visto, ma in qualche modo meno assoluta che non essere malati o morti, assaliti come si è, come ero, dalla percezione come memoria continua di una condizione impraticabile dell’esistenza. La morte ha il vantaggio di essere più riflessiva di questa sciocchezza quotidiana del barcamenarsi tra i piaceri o i risultati dell’io. Nella clinica svizzera dove i pazienti fitzgeraldiani giuocavano a tennis, ridendo o piangendo, ognuno solo con la sua palla da tennis, capii di essere guarito: li osservavo. L’opacità dei corpi e delle forme del paesaggio garantivano la presenza di qualcos’altro che il ‘pensiero ossessivo’. Buttai via la palla. Continuai ad osservarli. Forse tutti i malati di mente dovrebbero passare in televisione. Una sorta di cura civile. Il vernissage brinda a Van Gogh, che senza orecchio, né successo, se ne va mezzo matto dal suo compito clinico di genio. L’estetica, si sa, è il campo e il compimento di ogni ingiustizia. L’arte, la poesia, sebbene possano ospitare ogni spettro, condividono usualmente la stessa vocazione alla serenità o al piacere, al divertimento dell’uomo comune. “Il mondo è governato dall’opinione”, scrive Pascal nei suoi Pensieri “ma la forza è il suo tiranno”. Parafrasando questo pensiero, circoscrivendolo all’attività della mente, se ne possono ricavare spunti utili tra il ruolo delle parti in causa e quello del senso centrale, della trama di un pensiero e di un’azione. Il senso, io credo, come efficace distanziatore, prevale, o tende a prevalere, su ogni persistenza ed estensione di indecifrabilità del reale. L’arte, come luogo sbrigliato del senso, naviga, in realtà, anche di fronte a un mazzo di fiori o a un teschio, al cospetto dei massimi come dei minimi sistemi. La sua ibridazione naturale è istruttiva.
   Qualche anno fa un amico molto sportivo, uomo raffinato, anzi play boy, campione di polo, cadde sotto il cavallo, batté la testa e morì. Quasi. Perse conoscenza per un tempo infinito. Lo andavamo a trovare. Muto, il bel giovane taceva disteso come una statua sul lettino rigido della rianimazione. Alcuni tubi dal naso o nelle braccia collegati a fiale testimoniavano di quell’esistenza non più percepita oggettivamente dal suo io. Poteva essergli tagliata una gamba senza anestesia. La percezione era spenta. Un’apparenza segretamente assistita da macchine, aveva estratto la spina. Al settimo mese di quello stadio resistente ad ogni impulso clinico, vi fu in visita una donna molto bella, cui ero legato, raffinata, e pure sua amica, che in qualche modo ripeteva, nel proprio sesso, il modello elegante economico e attivo di quell’uomo in vita. “C’è… Elisabetta!” gridò a quell’orecchio muto una giovane moglie. Accadde una cosa poco credibile. Dalle palpebre senza battiti, perfettamente socchiuse, nello spigolo dell’occhio si formò e discese una lacrima. Animazione, stupore, medici avvisati…Cos’era successo? Un caso? O aveva sul serio udito?… a distanza di anni (l’amico, parzialmente recuperato, vive con forza la sua vita anchilosata), anche se l’episodio nella sua memoria deve essersi semplificato, io so cos’è successo. O almeno credo. Di lui, dell’amico, la prima cosa a resuscitare era stato il modello di bellezza rappreso nella memoria: una concezione fatale, una forma strutturata di glamour. Quella lacrima esibiva il lutto per un modello di cui i due campioni, il dormiente e la ragazza in visita, possedevano tutti i numeri, la sensibilità e le insensibilità necessarie, rese evidenti nell’accidente della disfatta. La spiegazione era nell’ordine della rianimazione del senso o significato centrale di una memoria.
   Da quel giorno, confesso, non di rado sto di fronte al mio prossimo o a me, se non mi capisco, come di fronte al corpo muto dell’amico. Cosa serva per rianimare il segreto cruciale dell’io: il suo magari sciocco ma estremo modello depositato come una cellula attiva nella memoria? E memoria formale, semantica, direbbe Searle…Ogni teoria dei modelli, anzi direi ogni teoria, fa capo a un passaggio necessario di memoria. Il DNA stesso viene divulgato e descritto come meccanismo di memoria, almeno nei suoi gradi di coniugazione sintattica. O è una tendenza del linguaggio scientifico in genere o del linguaggio, di sottostare a un modello antropomorfico di rappresentazione? La memoria, come cosa, è un “in sé”? Dove stia, nel cervello, dove abiti, non credo risponda alla mia domanda. Qual è la forma della memoria, di che si parla, sarebbe la corretta domanda di una geometria analitica di filosofia dell’estetica. Ma una scienza simile non esiste. Spesso, credo, si pensa utilmente per scienze non ancora fondate: l’arte lo fa sempre. La memoria sa, ma non ricorda di sé il tracciato per cui si costituisce come memoria di senso, e si autorizza in fine quale memoria di coscienza. Il montaggio della memoria, io credo, è dovuto al suo limite, (in senso estetico, cioè semiologico) alla sua forma chiusa. Come facoltà non può che ricordare: la forza, cioè la forma, di ciascun punto, è la Sua Forma. Ricorda, come mi disse un giorno il centenario amico Primo Conti, anche ciò che non sa. Condannata alla memoria, la facoltà di memoria, è superbamente ancorata alla struttura della sua cecità percettiva. Fino a fingere di sapere, lei che è l’unica che sa, anche quando l’essere e l’esistenza fanno marameo al suo aggirarsi cieco.
   Umanisticamente credo di poter dire come non vi possa essere estetica né etica senza questo nucleo essenziale, storico, di memoria. Né credo possa coagularsi alcuna forma di coscienza espressiva. Potremmo chiamare questo punto di specchio che non perde le immagini, ma le archivia, il ‘punto implicato x della centralità percettiva o espressiva’. Lo dico per farmi capire, se serve.
   Ho bisogno di dire una cosa su mia madre. Vecchina arguta, molto intelligente, spiritosa, dotata di ottima capacità di giudizio, ma nei suoi ultimi anni di vita, completamente recisa dal senso comune delle circostanze della realtà intorno, a causa dell’arteriosclerosi. Fu lì che le divenni molto amico. Non so se per l’esperienza contratta con il mio pazzo a studio, o per predisposizione ai rapporti acrobatici. Con un salto, mi fu facile starle vicino. Anzi, dentro. Mi divertiva, (era spiritosissima su di sé, il mondo e la malattia di cui a tratti nutriva una ironica coscienza). Riuscivo a fornirle gli elementi necessari al colloquio, attrezzi quasi, per una memoria ravvicinata. E stare con lei a giudicare la società in quell’oasi protetta dal rumore della memoria contingente, intaccata soprattutto nella categoria del Tempo. (“Ma papà è morto ieri o da tanto?”), e del Luogo (“Secondo te siamo a Rimini o a Milano? È casa mia, o una clinica… che le somiglia, non dico di no, ma…?”). all’interno di questo mescolamento di carte io mi trovavo bene. Riuscivo a farla stare a suo agio. Forse perché io stesso non credo sul serio al senso comune con cui si conduce una vita di adulto solida, responsabile, abbastanza produttiva, ricacciando indietro, di là dai vetri delle finestre, le scorrerie dell’ignoto e dell’immaginazione, una mia acuta percezione di Dio, e degli io del mondo. Soffia nell’esterno del senso una bufera che non accetta sempre di starsene inquadrata nella meteorologia del senso comune. Ma io sono, faccio, esercito la professione di artista. La seguo come Sancho Panza, come seguissi un pensatore o un visionario, che sono sempre io. L’ho detto: devo guarirmi del tutto. Esercitando la razionalità di cui posso, le consapevolezze dell’esperienza, e conoscendo che l’una e l’altra possono essere subito dismesse. Perché di enigma si tratta, di sua dinamica, non di Didascalia Universale, di Museo Autorizzato dell’Essere, sia pure dalle scienze più esatte e più astratte. Con mia madre guardavamo per ore la televisione. Coricandosi presto, mi chiedeva: “Ho un po’ d’ansia: siamo stati colpiti da qualcuno simile agli indiani, o l’abbiamo visto alla televisione, o l’ho pensato ?”. Le spiegavo che era colpa mia, l’avevo fatta riassistere a “Ombre Rosse”. Facevo, per sua tranquillità, telefonate ai quattro fratelli, rassicurandola che nessuno aveva avuto incidenti, specie con indiani, e la riponevo, come custode e responsabile del resto della memoria, nel sonno, quasi per indicare minacciosamente a Dio, poiché sono un po’ brutalmente religioso, che quella creatura esistente, nel suo totale delirio, conteneva intatto il segreto dell’intelligenza. Andava restaurata prima che morisse, o, almeno, subito dopo. O presa per buona la sua intera coscienza senza più confini traversata da indiani. Senza orientamento esterno o interno, non più divise, memoria e percezione ora in lei coincidevano. La pellicola era tutta filmata. Cos’era, cos’è, l’intelligenza? Una vocazione simbolica che non si realizza né nel senso, né nei linguaggi? È uno specchio doppio? Cubico? È una biblioteca? Una cineteca? Il gabinetto del dottor Calligaris? Cioè è un luogo o la funzione di un altro luogo distinto dalla memoria stessa, dalla coscienza, dalla percezione? Sembra un unico diviso in punti distinti cui l’intelligenza del senso, del conseguimento del senso, concede a tratti piccoli o grandi “a solo” protagonisti: capita a volte di ricordare quanto di nuovo si incontra: volti, frasi, luoghi. La percezione, distratta, si è spenta: la memoria, come facoltà a sé (un terzino che fa da centrattacco) ne approfitta, percepisce direttamente, ricordando prima di conoscere. Dice non “Ti ho visto, ti ricorderò”, ma “Ti ricordo, ti vedrò”. Perché dico questo in un Congresso che sulle disfunzioni sa tutto? Perché tolgo il compasso al mio ‘delirio in conferenza’? Perché in arte è il contrario. Non il contrario di tutto, ma di molto. L’attitudine espressiva dell’arte, d’avanguardia almeno, e non so se ciò configuri una squalifica, è ‘dimenticare il tragitto, l’esperito, il noto, e scagliarsi in una trama ulteriore, fosse pure del Non Senso. Dominare l’eventualità, ogni possibile teorica eventualità’. L’insuccesso garantisce l’operazione con margini maggiori del successo. Impossibile, quindi, uscirne. Sembra strano, ma, nel tempo, poco resta ignoto. Non la scienza. L’arte lo sa. Poiché l’arte, che è nota, prima di essere indagata, permane ignota anche dopo. È un a sé? È un luogo, l’arte lo sa, dove l’inverosimiglianza è istruttiva e reale. A questo fine, con il mio allievo Cantelmi, utilizzando le sue immagini, vorrei dimostrarvi, se la macchina funziona, cosa intendo. È la ripetizione parziale della performance descritta all’inizio del mio discorso.
   Prego, Cantelmi. La macchina della mente e della memoria. Vi può dare un’idea di cosa avviene all’interno di un’idea. Le forme del pensiero come segmenti disgiunti formano geometrie, proposizioni e immagini. Il loro obbligatorio e naturale senso sul mio viso e sulla mia conferenza: l’impossibilità come confine è un’istituzione geometrica o semiologica.
 
 
                                                                        Performance, parole a vista    
 
 
 
forse è un anticipazione, una raccomandabile approssimazione. Certo è un’esigenza
strenua dell’io d’artista, di malato, o di uomo comune, non so, che, a costo dell’insuccesso, chiede di bucare la conoscenza o ulteriori risposte.
 
 
Ho finito.
 
 
Sul tavolo è un proiettore Super 8. La performance consiste nella proiezione sulla fronte del conferenziere di un breve filmato in cui riemergono immagini animate della relazione. Vengono commentate come dimostrazione poetica e ironica dell’oggettività e dell’autonomia del pensiero. Il film è stato girato da Claudio Cantelmi e integrato con immagini della conferenza di Fabio Mauri.
 
 
 
 
 
 
*“Nuova Civiltà delle Macchine”, n. 1, 1989.
 

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